Berlino: day 1

Quella che ha preceduto la mia partenza è stata una notte insonne, come quelle prima di un grande evento. Con pochissime ore di sonno alle spalle vengo svegliato dai tuoni del temporale e sono già pronto per partire; i pensieri sono volti all’inizio della competizioni e a tutte le emozioni che questa mi regalerà. Il volo è leggermente in ritardo per il maltempo, ma l’atterraggio a Berlino mi regala 25° e un sole primaverile: è tutto pronto.

Primo step albergo per lasciare i bagagli e subito diretti alla Mercedes-Benz Arena, il palazzo dello sport che 8 mesi fa ha visto l’Italbasket superare la Spagna e la Germania in partite che resteranno nella storia della nostra pallacanestro. Nel tragitto che collega l’hotel all’arena ho modo di vedere la popolazione berlinese e mi accorgo che rispecchia gli edifici: moderna, alternativa, chiara, precisa e rigida. Tuttavia nel chiedere informazioni vedo crollare davanti i miei occhi lo stereotipo dei “tedeschi freddi”, ascoltando stupito l’eleganza e la grazia con cui il loro inglese mi indica il percorso.

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Arrivo all’accreditation center (aperto dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 21) alle ore 13.30 e mi trovo costretto ad aspettare sotto il sole cocente di quell’ora. Arrivano le 14 ed eseguo i processi burocratici per l’assegnazione dell’accredito. Uscito dalla sala ho perso le parole e sono stato invaso da emozioni confuse, destinate ad aumentare col passare delle ore. Voglio orientarmi dentro l’arena in vista della giornata di domani e visito le zone di accesso ai media, scoprendo che l’accesso alle partite non era niente in confronto a ciò che mi era stato riservato. Un posto con tv, cavo ethernet e caricabatterie nella mia postazione in tribuna stampa; una sala di lavoro con cibo a tutte le ore e una busta di benvenuto con i gadgets dell’evento. Non so esprimere cosa abbia provato precisamente, perché quando un sogno si realizza lo si vive perdendo di perfezione, ma quando si vive un’esperienza così senza averla immaginata prima c’è tutto il gusto della novità. Sono il più piccolo tra le persone presenti e cerco di conoscere più persone possibili per imparare e condividere. Caso strano la prima persona che conosco è un giornalista spagnolo, che rimane sorpreso dalla mia età e mi racconta la sua storia- che poi si intreccia con la sua carriera- e io ascolto. Prima di iniziare a fare il servizio per la sua televisione mi saluta con qualche battuta sul Chianti, uno dei motivi del nostro orgoglio.

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Voglio vedere che aria si respira in Alexaderplatz, la FanZone dell’evento, distante 15 minuti dall’arena. Qui incontro moltissimi tifosi venuti a sostenere le loro squadre; in prevalenza ci sono tifosi del Laboral che vedono questa qualificazione come la materializzazione di un’idea sfocata. Li intervisto e ho anche l’onore di sentire qualche coro che da domani scalderà il palazzo. Soddisfatto torno alla Mercedes-B Arena perché è ora di cena e a breve sarà possibile intervistare i giocatori e registrare filmati.

Si apre la porta che conduce al campo da gioco e osservo inerme la stella folla che Verga teorizza nella prefazione a “I Malavoglia” schiacciarsi e superarsi per ottenere una foto o un’intervista prima di un altro giornalista (tutti, in modi diversi, hanno posto le stesse domande). Inizialmente ho guardato il tutto sconvolto ed estasiato, poi mi sono ricordato che avevo da fare un’intervista al nostro Datome e non potevo perdere tempo. Attraverso il parquet di gioco passando a pochi centimetri da De Colo, Teodosic, Bourousis, Delaney, Obradovic e tante altre stelle presenti a Berlino. Vedo Datome, lo punto, ma il tragitto per raggiungerlo è come l’isola dei lotofagi e perdo la prima occasione.

In poco tempo riesco ad intervistarlo, ottengo un selfie e torno in hotel, estremamente soddisfatto della giornata.

L’evento non è ancora iniziato, non sono ancora un giornalista ma da piccolo volevo vivere un’Eurolega e ora lo sto facendo. Ho incontrato Hines e Draper, giocatori che hanno riempito le mie domeniche nei palazzetti italiani. Qui c’è tutto ciò che potessi desiderare e voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno permesso di arrivare qui. Ma sono al campo base e l’idea di raggiungere quella vetta mi dà un’adrenalina che un corpo umano non può contenere. Let’s go!

 

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