Il diario di bordo della Euroleague Final Four di Istanbul

C’è una linea sottile che separa due continenti mantenendo unita una nazione, attraversata da una varietà unica di suoni e odori, impossibili da dimenticare per chi la attraversa. Sto parlando dello stretto del Bosforo, di Istanbul, iponimi della bellissima Turchia.

Nel weekend del 19–21 maggio Istanbul è stata la “Home of Glory”, come il presidente dell’Euroleague ama definirla; la casa della gloria è la città europea in cui si svolgono le Final Four di Eurolega, l’evento che sancisce la squadra di pallacanestro più forte d’Europa. Per motivi politici (i 3 maggiori sponsor dell’Eurolega sono turchi) quest’anno l’evento si è giocato nella città più temuta dagli amanti della lega continentale, vista la sensibile questione politica che sta attraversando.

Dopo la mia esperienza dello scorso anno all’evento come giornalista non sarei mai mancato a un appuntamento come questo, non pensando tanto alla situazione politica della Turchia, ma soffermandomi solo ed esclusivamente su ciò che quest’evento avrebbe potuto regalare a me e alla storia di questo sport. Di fatto i nomi delle quattro partecipanti erano troppo allettanti per non richiedere un accredito all’evento e non prendere un volo per Istanbul: Real Madrid, Olympiakos, CSKA e Fenerbahçe, la squadra di casa che nelle ultime tre stagioni ha fatto innamorare perdutamente il popolo turco della palla a spicchi. Tutte le squadre, eccetto il Fenerbahçe, hanno vinto negli ultimi 5 anni almeno un titolo e la storia invocava una squadra, guidata dall’allenatore più vincente d’Europa, Zelimir Obradovic, a compiere l’impresa incidendo sul trofeo più bello d’Europa il nome della città per antonomasia in balia della storia stessa.
Hegel non ignora che agli occhi dell’uomo comune gli avvenimenti della storia possono risultare nient’altro che una sequela di fatti, scollegati tra di loro, senza alcun preciso carattere logico e senza alcuna finalità; ma agli occhi del filosofo il divenire della storia possiede una precisa logicità e razionalità, riconducibile alla suprema volontà divina. Questo è il presupposto con il quale ognuno avrebbe dovuto affrontare lo spettacolo di quest’evento: nel 2015 si erano affrontate in semifinale a Madrid il Fenerbahçe, con la Rising Star Bogdanovic e l’MVP Bjelica, e il Real Madrid, squadra di casa destinata a vincere. Di fatto così accadde in quella semifinale, portando poi i blancos a trionfare davanti al proprio pubblico in finale contro l’Olympiakos. Quest’anno il Real Madrid, squadra con l’MVP della lega Llull e la Rising Star Doncic, affrontava in semifinale il Fenerbahçe a Istanbul. L’altra semifinale vedeva affrontarsi il CSKA- campione in carica trionfante lo scorso anno contro il Fener in finale- e l’Olympiakos, la squadra che nel 2012 vinse il titolo a Istanbul superando all’ultimo secondo il CSKA, ma lo perse nel 2015 a Madrid quando, dopo aver superato il CSKA in semifinale, fu sconfitta dai padroni di casa del Real. Un altro dato che confermerebbe la teoria di Hegel è la vittoria in Europa di giocatori italiani ogni sette anni: nel 2003 vinse il titolo Fucka con la maglia del Barcellona, nel 2010 vinse Basile sempre con la maglia del Barcellona e nel 2017 Datome si sarebbe giocato la possibilità di vincere il trofeo.

Stando a queste premesse non avrebbe avuto senso disputare le Final Four ma, per alimentare le idee di Hegel, c’era bisogno che qualche personaggio fosse illuminato e guidato dalla Storia verso il compimento dell’impresa. Chi non meglio di Obradovic?

A ora potrei affermare frasi come lo sapevo! l’avevo detto!, ma la verità e la bellezza di questa visione della storia è che non lo sai finché non accade e lo vuoi vivere senza perdere alcun attimo dell’impresa, vuoi essere testimone della storia per poi poter dire con orgoglio IO C’ERO! Quindi ti lasci trasportare dal flusso incessante delle emozioni, incapace di stabilire un epilogo e curioso di scoprirlo. Seguendo questo flusso di emozioni venerdì 19 maggio alle ore 7.10 inizio la mia avventura alla volta di Istanbul, la casa della Storia.

Tra paure, curiosità e ambizioni metto piede sull’incognito suolo turco stabilendo come nord la Sinan Erdem Dome, l’arena dell’evento. Nel tragitto tra aeroporto e hotel e il successivo hotel-arena provo a chiedere quale fosse la qualità della vita a Istanbul ai tassisti, ma incontro il primo grande scoglio contro cui mi infrangerò più volte durante il fine settimana: l’inglese. I turchi non parlano inglese. Fortunatamente in meno di un’ora dal mio atterraggio riesco a entrare nell’accreditation center per ritirare l’accredito richiesto e, già da qui, mi accorgo di quanta paura ci sia attorno all’evento; infatti prima di accedere a qualsiasi struttura i controlli sono serrati e meticolosi per evitare qualsiasi tipo di problema di sicurezza. Non passa molto tempo che entro nella media working room, cercando i compagni di avventura dello scorso anno o nuovi colleghi italiani con i quali condividere l’esperienza, e mi accorgo che la rappresentativa italiana è composta da sole 5 persone, perché la maggior parte dei giornalisti ha boicottato l’evento per l’impossibilità di garantire sicurezza; inizio a provare un brivido sinistro quando scopro che anche Sky (Fox) non ha inviato i giornalisti a Istanbul a causa dei costi elevatissimi dell’assicurazione sulla vita. Dopo un primo momento di assestamento organizzo il mio lavoro e mi accomodo nella mia postazione in tribuna stampa, con ancora due ore alla prima palla a due della semifinale. E’ una sorta di rito che ho. Un piacevole gusto nel godere di un silenzio che lascia progressivamente il posto al numero elevato di decibel che compongono l’atmosfera di un evento; vedo crescere nell’attesa un qualcosa che mi travolgerà e mi avvolgerà fino a farmi sentire microscopico.

Dopo due ore il calore del pubblico inizia a creare l’atmosfera aspettata, ma l’attesa della semifinale tra i padroni di casa del Fenerbahçe e il Real Madrid è un qualcosa di strepitoso, difficile da descrivere con parole che devono esprimere emozioni inesistenti su un dizionario. La capienza di 16000 posti inizia a soffrire, con ogni seggiolino blu che cangia in un giallo acceso parallelamente all’arrivo dei tifosi turchi. Alle mie spalle una copiosa truppa di ultras greci egemonizza un palazzo dello sport ancora in attesa…finché durante il terzo periodo della semifinale tra Mosca e Pireo si alza impetuoso e aggressivo un coro di ormai 12000 persone pronte a trascinare la propria squadra verso il compimento della storia. Un brivido mi ha attraversato il corpo, ma ho capito che stavo davvero per vivere la storia. Termina la prima semifinale con la vittoria in rimonta dell’Oly, come da copione, e inizia una partita senza storia. Il Real è annichilito dagli ormai 14000 turchi presenti sugli spalti, la squadra di Obradovic sente la spinta dei suoi tifosi e, al termine del match, il punteggio recita 84–75, un risultato bugiardo per quello che ha mostrato il campo. In conferenza stampa un Obradovic paonazzo rivela: “Siamo qui dove volevamo essere dopo la sconfitta dello scorso anno. Sento una sensazione positiva. Domenica vinceremo”.
Nell’eco di queste parole si spengono le luci della Sinan Erdem Dome, con il cuore della città in attesa di domenica.

Il sabato delle Final Four è una giornata relativamente morta, dove i giocatori fanno scarico e i giornalisti cercano qualche frase a effetto dei protagonisti come preview della finale. In virtù di questo ho preferito vivere la bellezza di Istanbul per conoscere di più la cultura di questa città e lo stile di vita degli abitanti.

Dopo 10′ di Taxi, costeggiando il mare in un primo momento e passando per strade interne poi, giungo in centro. Nel mio tragitto scopro che l’Istanbul mostrata ai turisti è una faccia ricca di un volto che possiede rughe di sofferenza e povertà; le schiere di bandiere turche che si alternano ai volti di Ataturk ed Erdogan sono un segnale della dittatura che si sta instaurando in questo paese. Continuo a chiedere loro informazioni sulla politica interna senza ricevere risposte e inizio il mio tour nel Gran Bazar, il mercato coperto che offre una grande quantità di prodotti, realizzati perlopiù da artigiani. Sono affascinato dagli odori che aleggiano nell’aria e dal caos veloce che abita quel mercato, conferendo un senso di ordine a un luogo molto affollato. Dopo essermi liberato dai mercanti che mi pressavano affinché comprassi loro dei prodotti, esco e mi dirigo alla volta della Moschea Blu, adiacente a Piazza Sulthanamet.

Non avevo mai visto una Moschea prima di quel momento e sono rimasto sorpreso nel vedere ergersi davanti a me un edificio così tanto imponente. Entro per visitare la struttura e mi imbatto in riti che non avevo ma visto, quali il lavaggio dei piedi, la preghiera davanti le mura della Moschea e, infine, la gioia dei fedeli nel poter entrare nel loro luogo di culto a pregare. Guardo, ammiro ed esco, incantato dal primo contatto con il mondo dell’Islam.

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