Urbs Aeterna aeternae historiae - ancora - roma

Urbs aeterna aeternae historiae – Ancora

Roma, 23 novembre 2020

Fa freddo e una leggera brezza sibila in via Merulana, mentre i palazzi signorili fanno da cornice alla mia marcia verso il Colosseo. Solo, chiuso nei miei flussi di coscienza e in quello che sarà di lì a poco. Già, cosa accadrà?

Sto per vivere lo stesso copione che recito da ormai 3 anni con lei, la mia Beatrice. Immagino abbiate capito già ogni singolo dettaglio della storia riproponendo dialoghi che si possono adattare ai contesti migliori, ma che riportano alla più antica storia dell’uomo: un amore platonico. O meglio, quello che potrebbe essere considerato un rifiuto, friendzone per dirla in termini moderni.

I più pragmatici diranno “te credo, se te l’eri carzata mica stavi qua a scrivere”. “Arguti”, rispondo, non date per scontato l’esito, è la storia che vi porterà a dare un giudizio.

Oggi sono pronto, più del solito, a recitare la mia parte e – passo dopo passo – me ne convinco sempre di più, celandomi dietro un ghigno di ironia o di rassegnata consapevolezza. “D’altronde sono a 200 metri dal Brancaccio, magari entro direttamente lì”, penso, quando ho un’epifania che farebbe invidia ai personaggi di un romanzo joyciano del 2021. Vedo un monopattino elettrico, uno di quelli in sharing che stanno invadendo il centro, e lo prendo al volo. Attraverso tutta Via Labicana a 30 km/h e quel vento gelido diventa brinamento della libertà, della mia libertà di attraversare il passato per andare incontro al mio futuro rimanendo presente a me stesso e all’incontro prossimo. Supero la maestà del Colosseo, attraverso l’eternità dei fori imperiali e arrivo in piazza Venezia dove termina il mio giro con il Lime.

Insolitamente attendo il suo arrivo e proprio durante quell’attesa mi rendo conto che tutta la consapevolezza acquisita sul monopattino era persa, sublimandosi in paura. Sento il tempo passarmi addosso, le lancette dell’orologio ticchettare sempre più assordanti mentre cerco strategie, idee e racconti per conquistarla. “Sarà la volta buona!”, mi convinco.

Mi rifugio nella mia macchina fotografica, l’unica arma a disposizione per proteggermi dallo sguardo della (mia) Medusa, il filtro per guardarla senza rimanere pietrificato. È proprio da lì che la vedo arrivare con il suo passo deciso ed elegante, capace di bloccare per un attimo il mi battito e poi dettarne il ritmo a suo piacimento.

“Ciao Amico!” 

“Ciao! Un evento straordinario il tuo ritardo di oggi” 

“Avevo fatto i conti con la tua solita ora accademica”

La rottura del ghiaccio, l’inizio di una conversazione che non riuscirei a trascrivere su un foglio ma che potrei provare a inserire in un pentagramma per dare vita a una delle sinfonie più belle mai ascoltate che vedevano l’assolo della sua voce, mentre tutto intorno a lei si accordava: i suoi tacchi sui sanpietrini, le folate di vento, persino il rumore delle macchine e il chiacchiericcio delle persone sembravano voler prendere parte all’opera. “E io?”, vi chiederete.

Io c’ero e facevo quello che avrebbe fatto ogni esteta vedendo questo spettacolo: ammirare. Ma non era un ammirazione passiva, non poteva esserlo ovviamente, perché le domande e le risposte si intrecciavano e susseguivano come avrebbero potuto fare i nostri corpi nudi; era come se le stelle e i pianeti si fossero allineati per trasformare quella giornata in un film a lieto fine. Ed effettivamente così sembra stessimo vivendo, finché le stesse stelle non sono diventate il nostro rifugio a discorsi semiseri, a momenti di imbarazzo. Perciò proprio agli astri ho affidato le sorti di quell’incontro, gettando con fioca virilità la speranza di trovare la scintilla nel destino, impossibile da domare con lei davanti a me.

Entriamo nella libreria di Largo Argentina per ripararci da un freddo che, con il tramontare del sole, si è intensificato. Lì scorgo nello scaffale un titolo nascosto. Piccolo, incastrato tra due manuali, leggo “Il libro delle risposte”. “Proprio quello che mi serve in questo momento”, penso. Tenendo saldo il libro nella mano, alzo gli occhi verso di lei e la guardo come se la risposta alla domanda che le sto per porre sia nascosta dentro la purezza del suo volto. Voglio sembrare sicuro, ma dalla mia bocca esce un garrulo timido “Saremo sempre e solo amici?”. Vorrei una sua risposta, ma ricevo silenzio e quindi devo rifugiarmi nel libro. Lo apro. “Non ti curare del tempo, ma delle tue trasformazioni”.

Gliela leggo, sorride e mi guarda dritto negli occhi; io la emulo – almeno ci provo – con un sorriso amaro. Forse è l’intesa più forte che abbiamo mai avuto, i nostri occhi si sono guardati con un’intensità nuova ma con i cuori troppi lontani per poterci avvicinare fisicamente. Uno scrittore turco diceva che quando due corpi si avvicinano oltre una certa soglia e i cuori non seguono quel percorso, allora sarà il momento in cui le due persone si allontaneranno per sempre, come se avessero toccato il punto di non ritorno. Seppur distanti fisicamente, è quello sento quindi distolgo lo sguardo e ripongo il libro dove l’ho trovato con la speranza di rimettere tutto in ordine senza rovinare nulla.

Torniamo su Largo Argentina e arriva il momento dei saluti, accompagnato dal solito per noi insolito imbarazzo nel dire “ciao”. Ci salutiamo con un’espressione degli occhi, mentre le mascherine proteggono l’amicizia che il tempo consoliderà. È questo il pensiero che mi pervade mentre, assente a me, sono di nuovo sul monopattino elettrico e poi – improvvisamente – in macchina.

Ora sono a letto, guardando il soffitto con un’inquietudine fastidiosa e in attesa di un messaggio che non arriverà mai. “È andata così. Ancora”.

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