Parole Digitali – Ep.2: #PeopleNotUsers

Bentrovati su Parole Digitali, la rubrica dedicata al rapporto tra esseri umani e mondo digitale. Nell’episodio 1 ho parlato del progetto “L’amore ai tempi dei social”, il romanzo che sto scrivendo sull’influenza della tecnologia sull’amore e de “Il SIlenzio” di Don De Lillo, un saggio che immagina le reazioni di 4 persone a seguito della chiusura di tutti i canali comunicativi.

Facebook, Instagram, Whatsapp down

Il 4 ottobre 2021 è un giorno che passerà alla memoria storica del mondo digitale perché i colossi di Zuckerberg Facebook, Instagram e Whatsapp sono andati down per più di sei ore, perdendo miliardi di euro e lasciando gli utenti senza un servizio che fruiscono per diverse ore al giorno. Un bene o un male?

Questo evento, prescindendo dalla prospettiva finanziaria, ci ha fatto chiedere per la prima volta come sarebbe la nostra vita oggi senza i social network. Le reazioni di molti sono state di crisi, altri si sono spostati immediatamente sui surrogati Telegram e Twitter per cercare l’interazione con la community e avere aggiornamenti su quando sarebbe tornato l’ossigeno, mentre la Gen Z – ma non solo – ha proseguito con la dose quotidiana di endorfine fornite da TikTok.

Tu chiamala, se vuoi, dipendenza da social media

Il punto, però, è che ci rendiamo conto di essere dipendenti da qualcosa quando non ce l’abbiamo più e non sappiamo come fare senza o ne proviamo sollievo. E noi tutti abbiamo provato questa sensazione: libertà da una parte, astinenza dall’altra. I social network in dieci anni hanno cambiato drasticamente il nostro stile di vita portando una persona a vivere una vita parallela nel mondo digitale: un’idea partita per migliorare e allungare la vita delle relazioni umane ha portato per sdoppiarne l’esistenza, generando frustrazione, depressione e distaccamento da quella che è la vera vita. Siamo vittime dell’ipnosi di massa, stiamo trasformando lentamente il nostro essere umani in semplici users, utenti.

Scrissi nell’articolo The social dilemma, la matrioska della manipolazione che siamo all’inizio, dobbiamo ancora imparare a starci dentro e farlo da esseri umani, facendo valere la razionalità che ci rende tali. Credete davvero che uscirne sia la soluzione?

Oggi, a distanza di poco più di un anno, la mia risposta a questa domanda retorica è orientata su due possibili opzioni e una delle due deve prendere quanto prima il sopravvento:

  1. Rimanere in rete con delle regole ben precise, dei controlli superiori sulla privacy e con un business model diverso da quello attualmente in vigore. Per entrare più a fondo, ritengo assurdo continuare a considerare le persone che hanno un account social dei meri utenti, categorizzati in topic di interesse e colpiti (in quanto target) da pubblicità e contenuti che non diano stimoli, ma avallano solamente l’ipnosi. La salvezza di queste piattaforme “democratiche” è il contrasto con tematiche e contenuti di interesse, altrimenti, sin dai primi click dopo l’iscrizione, ogni persona percorrerà la sua strada preferita per diventare un utente in rete, digitale, ma con lo stesso effetto di quella dei pescatori.
  2. Prendere coscienza e tentare di annientare fisicamente i server dei colossi della Silicon Valley. In fin dei conti, questi Leviatani hanno basi estremamente fisiche e vulnerabili: noi e i server. Con questo non voglio incitare alla violenza o stigmatizzare ogni singola caratteristica dei social network, ma voglio sollevare il problema grave dell’effetto che questi hanno su di noi e sulla dipendenza che ci creano.

In attesa di ciò, cosa posso fare?

I Social Media stessi sono popolati di utenti che pubblicano contenuti sul detox dai social, sul bilanciamento della propria vita tra fisica e digitale, ma poi sono i primi ad esserne ingabbiati in quanto vincolati dalle reazioni digitali dei loro follower. Per rendere il concetto più chiaro, vi sblocco un ricordo o vi spoilero l’episodio 2 della prima stagione di Black Mirror.

BLACK MIRROR: Stagione 1– Quindici milioni di celebrità

Eppure tutto questo sembra un dejavu, una storia già sentita, o meglio…già vista. Correlato a questo documentario vi consiglio Black Mirror, stagione 1, episodio 2, intitolato “Quindici milioni di celebrità”. Di seguito la trama:

Black Mirror Social Media

Bingham “Bing” Madsen vive in una struttura dove si pedala su delle cyclette per alimentare ciò che sta intorno e per ottenere una valuta chiamata Merito. Con essi si può acquistare qualsiasi servizio quotidiano, dal cibo al dentifricio. Bing ha ereditato dal fratello 15 milioni di Meriti, ma passa le giornate nell’indifferenza totale. Un giorno sente cantare per caso Abi, una donna dalla bellissima voce, e la incoraggia a partecipare al talent show “Hot Shots”, che offre alle persone la possibilità di uscire da questa realtà simile alla schiavitù per raggiungere fama e ricchezza. Quando Abi si presenta per la competizione viene obbligata come tutti a bere una bevanda drogante e Bing conserva distrattamente la confezione. La ragazza canta egregiamente commuovendo i giudici e il pubblico, ma la giuria afferma che non c’è più spazio per una “cantante sopra la media”: uno dei tre giudici le propone quindi di diventare una pornodiva nel famoso programma “Wraith Babes” così da non tornare sulla cyclette. Abi, intontita dalla bevanda, accetta la proposta, e Bing è distrutto. Furibondo colpisce lo schermo e nasconde un frammento di vetro insieme alla confezione della bevanda drogante. Nei mesi successivi fa di tutto per partecipare al talent show. Quando si avvicina al palco gli viene ordinato di bere la bevanda drogante, ma dichiara di averlo già fatto mostrando l’involucro vuoto che aveva conservato dalla performance di Abi. Sul palco inizia a ballare per poi interrompere l’esibizione e minaccia di uccidersi in diretta con il frammento di vetro nascosto. Piangendo, denuncia il sistema ingiusto ed esprime rabbia per come i giudici gli abbiano portato via l’unica cosa che aveva avvertito come reale all’interno della struttura. I giudici rimangono impressionati dalla sua “performance” e gli offrono un programma tutto suo, dove può parlare quanto vuole del sistema. Bing accetta e anche se denuncia gli sbagli e le ingiustizie del sistema, il suo programma è diventato solo l’ennesimo intrattenimento per il pubblico, senza riscontro nella vita reale, che scorre identica a prima. Persino il pezzo di vetro che lo ha reso famoso è commercializzato come accessorio alla moda per gli avatar. Tuttavia Bing, terminata la trasmissione dal suo attico, si dimostra non avere dimenticato Abi, pur essendosi piegato al sistema.

Quindi? Si può guarire da questa dipendenza?

Non lo so. Non ho una risposta e non sono in grado di fornirvene una efficace, ma posso essere fiducioso e dire che una soluzione c’è e che, con il tempo, emergerà da sé. Nel frattempo, godiamoci i social, fruiamo di ogni contenuto che vogliamo senza mai dimenticare che siamo persone e non utenti; per quanto divisa tra fisico e digitale, la nostra vita merita la consapevolezza di essere vissuta, in quanto unica.

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